esodo.jpegTemevo da tempo che qualcuno di questi ragazzi ci facesse la domanda: “E dopo?” Temevo la domanda perché la risposta non c’è. In questi mesi abbiamo imparato che dietro alla facciata dell’accoglienza c’è un buco nero. Il niente. Certo che esistono storie positive, ne stiamo conoscendo alcune ma sono eccezioni. Escluse queste e quella minoranza che, alla fine di un iter kafkiano, risulta avere diritto allo status di rifugiato o alle forme di protezione sussidiaria e umanitaria, si profila solamente un futuro di espedienti, impieghi nel lavoro nero, accattonaggio e nessuna forma di sostegno sociale.

Fu Salif che durante uno dei pomeriggi del doposcuola mi fece la domanda. Consapevole di non essere in grado di rispondere puntualmente mi aggrappai al poco che so dello scenario globale, in termini geografici e storici. Accomodai quindi una risposta basata sostanzialmente su medie, ovvero una risposta inutile per l’individuo. Ricordavo i 60 milioni di europei emigrati fra il 1860 e il 1970, di cui circa 20 milioni italiani. I relativi rientri e rimesse alle famiglie. Ricordavo Francischino ‘a Furiana, pescatore procidano che fece fortuna a Brooklin, poi tornato in patria. Insomma la normalità della storia, tutti migranti economici: contadini senza terra, operai senza lavoro, borghesi in rovina. Questo costituiva il sistema di riferimento rispetto al quale cercavo una risposta da dare a Salif.

In sintesi gli dissi: “Che tu ottenga lo stato di rifugiato è molto difficile, quindi lavora a un piano B, cercando di guadagnare il massimo possibile con tutti i lavori possibili. Poi, quando le possibilità di rimanere legalmente in Italia si saranno esaurite, magari fra due o tre anni, rientrerai con il tuo gruzzolo.” Successivamente abbiamo appreso che ci sono anche dei programmi di Ritorno Volontario Assistito: assistenza per l’organizzazione del rientro, 400€ di indennità di viaggio, 1100€ per la reintegrazione nel paese di origine. Ma non è questo il punto. Che avevo sbagliato completamente risposta lo capii subito dalla reazione di Salif che mi guardò triste e non disse più una parola.

Ho capito definitivamente il mio errore leggendo storie. Quelle di Domenico Quirico, che prima di raccontarle ha voluto viverle, immergendosi senza difese in quei pericolosi flussi: “Eccola lì l’Africa, quella vera con la sua povertà così maligna e penosa, e fissa, che non le frutta nemmeno l’elemosina della compassione.” O quelle di Nandino Capovilla e Betta Tusset, su giovani, adolescenti che si mettono in moto perché a casa loro non c’è niente, niente per vivere, nemmeno vie impervie, che non siano quelle della fuga.  E quando è la famiglia a inviare i propri figli più forti alla ricerca di un futuro possibile questi non possono tornare a mani vuote, un disonore insostenibile. Se tornassero ripartirebbero.

Pane_e_cioccolata_ManfrediCome non pensare a Nino, il cameriere ciociaro di “Pane e cioccolata”, che ritornando in Italia dopo un periodo di umiliazioni subite in Svizzera, blocca il treno nella galleria del Sempione per scendere e riprovarci.

A Salif avrei dovuto dire la verità: “Non lo so.”


  • Rosario Villari, Storia contemporanea, Laterza, 1977.
  • René Rèmond, Introduzione alla storia contemporanea – Il XIX secolo, BUR, 2000.
  • Giulio Badalucci, Il guizzo del capodoglio – Un popolo del mare, Ilmiolibro, 2015.
  • Domenico Quirico, Esodo – Storia del nuovo millennio, Neri Pozza Editore, 2016.
  • Nandino Capovilla, Betta Tusset, Non sapevo che il mare fosse salato, Paoline Editoriale, 2017.
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